Le tariffe incentivanti stroncate dalla riforma del conto energia. La Repubblica Ceca rischia la debacle negli arbitrati internazionali.
La temuta riforma degli incentivi alla produzione di energia tramite impianti fotovoltaici è divenuta realtà. Il Parlamento ha da poco approvato l'introduzione di un'imposta sul reddito generato dalla vendita dell'energia alle tariffe incentivanti garantite ai produttori di elettricità. L'imposta verrà ritenuta alla fonte e rimarrà in vigore fino alla fine del 2013 per tutti gli impianti messi in esercizio nel biennio 2009-2010. L'imposta prevede aliquote del 26% e 28% e colpisce non già gli utili, ma il reddito derivante dalle vendite.
La novità ha spiazzato imprenditori locali ed internazionali, polverizzando i vantaggi sui quali contavano per i loro investimenti, compresa la promessa esenzione quinquennale dalle imposte sui redditi. In fondo, l'effetto pratico della riforma è una riduzione di quasi un terzo delle tariffe incentivanti. Per alcuni progetti, ciò potrebbe comportare il fallimento; per tutti, è certo che il ritorno sull'investimento avverrà ben oltre i quindici anni previsti.
Seri sono i dubbi sulla costituzionalità della riforma, che sembra porsi in aperta violazione di diversi principi garantiti dalla Costituzione o dalla Carta dei diritti e libertà fondamentali: la proporzionalità dell'intervento statale, il divieto di porre in essere misure arbitratrie, la tutela delle legittime aspettative. Su tali principi esiste già giurisprudenza, anche in riferimento a casi di natura fiscale.
Ciò spinge molti imprenditori a vagliare l'ipotesi di una causa allo Stato, chiedendo l'abrogazione della legge di riforma a motivo della sua incostituzionalità. Il percorso - sopratutto per gli investitori locali - è però tortuoso, in quanto ai più è precluso il ricorso immediato alla Corte Costituzionale. A domandare subito alla Consulta l'abrogazione della legge sono, invece, legittimati sopratutto i deputati e i senatori (purché in numero sufficiente). Alcuni di questi ultimi hanno già promesso di voler firmare il ricorso.
Avvantaggiati sono, invece, molti investitori stranieri. Oltre alla Costituzione, i promotori della riforma sembrano aver dimenticato gli impegni derivanti dai trattati bilaterali sulla tutela degli investimenti, ed i rischi derivanti dalla loro violazione. La Repubblica Ceca ha sottoscritto oltre 80 trattati di questo tipo con Paesi dentro e fuori l'Unione Europea. Gli investitori stranieri potranno denunciare la violazione dei trattati attraverso arbitrati internazionali,domandando il risarcimento dei danni patiti a causa della riforma. A decidere sulla violazione non saranno tribunali cechi, ma corti arbitrali composti da professionisti di livello internazionale esperti nella tutela degli investimenti. Secondo le previsioni di alcuni avvocati esperti del settore, lo Stato ceco rischia di essere sbaragliato e farebbe meglio a conciliare subito.
La Repubblica Ceca, per la verità, non è l'unica ad aver fatto marcia indietro sugli incentivi. La Spagna li ha revocati già nel 2008. La Germania e la Francia, in forme diverse, li stanno riducendo e anche l'Italia prevede un taglio importante. I motivi sono sopratutto i rincari delle bollette, necessari per sostenere gli incentivi. L'ira dei consumatori ha spinto molti governi europei a tornare sui propri passi. La ritirata potrebbe diventare più sanguinosa del previsto.