Il Ministero della Giustizia ceco dà impulso alla riforma che riallinea il diritto penale ceco al principio della legalità formale. Marcia indietro su alcuni reati societari: torna il “tunelářský paragraf”.
Procede alla Camera dei Deputati l’approvazione del nuovo codice penale, di cui si discute oramai da più di due anni. A differenza di quanto accade per la ricodificazione del diritto commerciale e civile, il dibattito pubblico sul nuovo codice penale è vivace e ciò si spiega facilmente, se si pensa al posto centrale che il codice occupa nella coscienza civica di un Paese. Da secoli, infatti, il codice penale è il volto della legge, della giustizia ma anche delle libertà democratiche.
Il codice penale oggi in vigore nella Repubblica Ceca risale al 1961. Esso fu perciò concepito in un contesto storico e politico totalmente differente da quello attuale. Nonostante le numerose e sostanziali modifiche apportate al suo testo sin dall’inizio degli anni novanta, l’impianto concettuale del codice è ancora contrassegnato dall’ideologia socialista. Basti pensare alla definizione di reato (§ 3 del codice in vigore), tuttora ispirato, seppure parzialmente, al principio di legalità sostanziale (nullum crimen sine iniuria). Questo principio, in passato adoperato dai regimi totalitari, consente che il reato sia definito in relazione al suo grado di pericolosità sociale, prima che alla violazione di una espressa norma di legge (alla quale si aggancia invece il diverso principio della legalità formale, espresso dalla tradizionale formula latina nullum crimen sine lege).
Dal punto di vista generale, la novità più importante della riforma è rappresentata proprio dall’abbandono del principio della legalità sostanziale in favore del principio della legalità formale. Il diritto penale ceco si riallinea così agli altri ordinamenti penali europei.
Per gli imprenditori, è interessante accennare al dibattito sul c.d. “tunelářský paragraf” – fattispecie, a parere di chi scrive, a cavallo fra le false comunicazioni sociali e l’infedeltà patrimoniale, e la cui proposta abrogazione provocò il fallimento della riforma nel 2006. Il reato in questione è previsto dal § 182 del codice penale in vigore e assoggetta alla pena della reclusione fino a 3 anni i soci, gli amministratori di società, i sindaci e gli altri componenti di organi societari ( ma anche i dipendenti aziendali ed ulteriori soggetti collegati all’impresa), i quali, ricoprendo qualsiasi delle suddette cariche in due o più imprese o enti aventi il medesimo o simile oggetto sociale, abbiano stipulato o promosso la stipulazione di uno o più contratti “a scapito” di una o più di tali imprese, con l’intenzione di attribuire a sé o altri un vantaggio.
Si tratta di un reato di pericolo a maglia molto larga, che permette all’accusa di promuovere un procedimento penale senza dover dimostrare che la condotta dell’amministratore (o di uno degli altri soggetti elencati al secondo comma del § 182) abbia cagionato un danno alla società. Nonostante le autorevoli critiche mosse dall’avvocatura e dai magistrati, l’opinione pubblica è schierata contro l’abrogazione del reato, nel quale si intravede un presidio nella lotta contro la prassi del “tunelování” – che in questo Paese aveva assunto, negli anni novanta, delle dimensioni critiche.
La bozza del nuovo codice penale è scaricabile dal sito web del Ministero di Giustizia, il quale permette ai cittadini di inviare, a mezzo posta elettronica, suggerimenti e commenti, purché di natura sostanziale.
Massimiliano Pastore